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venerdì 2 settembre 2011

IL VESTITO A POIS


Flora si agitava invano sulla stretta sedia in paglia di Vienna. La stoffa leggera della gonnellina a pois si era infilata nei buchi della sottile trina color panna e non ne voleva sapere di uscirne. Di fronte a lei Antonio la fissava incantato. Si era nell’ombrosa villa di campagna. Il sole implacabile della Sicilia rendeva tutto di un bagliore accecante, come quella gonna di battista. Il vento di scirocco, trasportava con sé l’intenso profumo sensuale degli aranci e dei mandorli già in fiore. Antonio era lì da più di un’ora, zitto e fermo, davanti a Flora. Li avevano presentati ufficialmente gli zii di don Carlo, il padre di Flora, padrone del feudo. Non sapeva che dire. Il sudore gli colava lungo la schiena e giù, lungo i basettoni scuri come pece - Sono deliziosi quei pisellini sparpagliati sul vostro abito. Sembra un letto di neve – sparò a bruciapelo tanto per occupare il tempo. Lei sbarrò gli occhioni neri atteggiando la boccuccia a cuore in un “Ohh…” di deliziato stupore. Senza farsi notare Flora mise la piccola mano sotto la trina di battista, cercando disperatamente di liberare quello stupido pivellino incastrato.
Lui non resse, e quasi esasperato dalla sua vuota innocenza, senza riflettere, si buttò in ginocchio, fra le sue cosce cercando di liberare il triangolo di stoffa che tanto la faceva fremere. Delicatamente lo prese tra due dita facendo attenzione a non lacerarlo e tirò. Lei lo fissava dall’alto. Le gambe aperte e le braccia, non sapendo bene dove metterle, data la strana postura, le appoggiò ai lati di ogni coscia, premendo il busto all’indietro, come a fare spazio alle mani di Antonio. Come ad allontanarsi da ogni possibile tentazione. L’uomo fece diversi tentativi, alla fine la testa dell’uomo emerse volgendole uno sguardo supplice – Non ci riesco – Ammise impotente. Lei lo guardò come a dire pazienza, basta che vi sbrighiate. Possibile che l’uomo non si rendesse conto? Ma un sorriso di trionfo attraversò la grossa faccia dell’uomo. Ci sono, esclamò, e con tutta la testa scese in picchiata verso il centro della sedia, i denti che cercavano di afferrare l’ormai inesistente tessuto. Flora si schiacciò sempre di più contro la sedia le braccia contratte, i polmoni che le bruciavano per l’aria trattenuta. La testa di lui era a pochissimi centimetri dal suo sesso. Antonio armeggiò per qualche secondo, ma dovette riemergere per mancanza d’aria. Era paonazzo. La vicinanza sublime con la natura di lei, la fragranza che ne emanava, il desiderio impellente di possederla così, con quella sua aria da stupida, gli avevano tolto l’ultimo residuo di ben dell’intelletto. – Non ce la faccio ….più – Esplose prendendo il lembo delle gonne e rovesciandoglielo sulla testa. Fu in quel momento che la porta si aprì e il padre di Flora potè costatare in quali termini il potenziale fidanzato riusciva a mantenere il sangue freddo. Don Carlo, potè tastare il polso della situazione e anche di un probabile genero tutt’altro che indifferente. Flora si alzò di botto centrando in pieno col suo pube immenso la faccia di Antonio che stramazzò lungo disteso sul pavimento. – Padre..- riuscì a balbettare – ..l’apparenza inganna. Stava aiutandomi a liberarmi da un problemuccio – Don Carlo, molto saggiamente e pacificamente evitò di entrare in argomento. Ormai era cosa fatta – Capisco benissimo. Don Antonio, con tutto comodo, quando avrete finito con Flora, passate nel mio studio che prendiamo accordi sulla data. Perché alla fine..mancherà solo quella, non credete? – Antonio si era intanto ricomposto, - Certo Don Carlo, vostro servo Don Carlo - e fu così, che per colpa di un pisello e una paglia di Vienna, si trovò da un attimo con l’altro, incastrato, peggio del vestitino della stupida Flora, in un pasticcio che gli sarebbe costata la libertà.
by Fosca

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