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mercoledì 3 agosto 2011

LE DONNE DI GARIBALDI «Cento amanti, due mondi e io solo amica» La biografa che sedusse il Generale Storia di una passione «in bianco»

«Era un astro nel cielo ma, come la luna, lasciava scorgere grandi macchie scure». La baronessa Maria Esperance Brand von Schwartz posò la penna, rilesse, indugiò un attimo. Più che la chiusura del ritratto di Garibaldi, le sembrò di averne anticipato l' epigrafe. Poi scosse la testa: andava bene così, la sua storia con lui era finita e, in fondo, anche le storie meritano una lapide. Nelle ricerche per il mio libro L' amante dei due mondi mi sono chiesto quale, fra la schiera di femmine che assediarono l' Eroe, lo coinvolse di più e ho concluso che era lei, Maria Esperance. Nata in Inghilterra da ricchissimi genitori tedeschi, aveva alle spalle due matrimoni falliti quando, ancora attraente a 36 anni, sì invaghì di Garibaldi. In questo non si era rivelata troppo originale: formavano una galassia, come ho detto, le sue spasimanti in Europa e in America, nobildonne, poetesse o lavandaie. Oggi gli idoli si sprecano: personaggi dello sport, dello spettacolo, malauguratamente anche della galera. Ma allora era eroe in senso omerico chi si batteva sul campo per i diritti dei deboli e la libertà dei popoli. Fra questo esercito di ammiratrici c' era chi esigeva almeno un' avventura, chi si accontentava di una lettera o di una ciocca di capelli o d' un flacone con l' acqua insaponata dei suoi bagni. Maria Esperance aveva una chance in più: stava scrivendo una biografia di Garibaldi, conosceva le sue imprese e i suoi ideali, conosceva il lungo amore che l' aveva legato ad Anita fino alla tragica morte, conosceva l' assalto delle fan. Conosceva tutto di lui, tranne lui. Per questo lo raggiunse a Caprera nel suo eremo solare, sperando che dall' intervista nascessero sviluppi anche piacevoli. Per molte ammiratrici l' esperienza in quest' isola selvaggia era traumatica. Adoravano un mito e scoprivano un uomo ospitale, cortese ma ruspante: gran mangiatore di cipolle e pecorino, fumatore di puzzolenti toscani. Per altre, invece, la scoperta della vita francescana del condottiero, della sua ingenuità, spesso delle sue goffaggini era ulteriore motivo di fascino: in definitiva, l' altra faccia della gloria. Inutile dire che Esperance apparteneva alla seconda schiera. Elegantissima in un abito color pervinca, il volto intenso, i capelli neri sulle spalle, preceduta da due bianchi levrieri al guinzaglio, la baronessa scendeva lo scalandrone del piroscafo ormeggiato al molo della Maddalena, con l' aplomb di una grande soubrette. Garibaldi restò folgorato da quella messa in scena. Ma il vero choc l' avrebbe provato mezz' ora dopo quando, appena entrata nella casa del Generale, Esperance manifestò subito il suo temperamento: mentre le scaricavano i bagagli, chiese a Garibaldi una blusa e dei pantaloni per fare un giro dell' isola a cavallo e quando li ebbe, senza tante cerimonie, si tolse in presenza di lui l' abito da viaggio restando in mutandine. Il Generale imbarazzato girò gli occhi d' attorno ma poi (per nostra fortuna) finì per posarli: notevole esemplare, considerò, nulla da eccepire. Ma soprattutto constatò che in quello streep inatteso non c' era malizia. Piuttosto una franchezza quasi cameratesca. Cominciarono a caracollare lungo le sponde di Caprera ed Esperance non nascose la sua emozione di fronte a quel contrasto di colori violenti: il turchino del mare, le rocce dorate, il verde carico della macchia mediterranea. La circostanza era propizia alle confidenze: lei prese a parlare dei suoi amori falliti, della sua solitudine, di quell' anticonformismo che aveva scandalizzato la nobiltà di Londra. La bella amazzone raccontò l' irrequietezza che la spingeva a partire sempre e a viaggiare dall' Egitto alla Grecia, alla Turchia, al Marocco. Ad un certo punto proclamò: «Detesto l' ordine borghese e mi schiero con tutti i popoli che si battono contro chi li opprime». Era musica per le orecchie di Garibaldi: ecco al suo fianco una nuova valchiria, forte e romantica. Le memorie di entrambi glissano sui momenti più intimi di quel soggiorno, ma è lecito supporre che il temperamento di lei, complice l' incanto dell' isola, abbia travolto i complessi di lui verso le partner più sofisticate. Esperance sapeva anche questo, che Garibaldi non era un Casanova: mentre il veneziano era un grande seduttore, il Generale era un grande sedotto. «Noi donne - pensava la baronessa - abbiamo una curiosa pretesa: mentre gli uomini si limitano a seguire l' Eroe, noi pretendiamo di conquistarlo sentimentalmente». E in effetti fra maschi e femmine dell' epoca c' era un diversissimo approccio psicologico alle storie d' amore: non c' era uomo umile che non sbavasse per la splendida contessa Castiglione o per Lina Cavalieri, ma a nessuno passava per l' anticamera del cervello il sogno di un' avventura. E invece, non solo le nobildonne, ma anche le sartine e le lavandaie si sentivano depositarie di un tesoro, custodito nelle loro intime penombre: bastava offrirlo e anche Garibaldi sarebbe stramazzato ai loro piedi. Comunque, quando Esperance lascia l' isola, Garibaldi è cotto al punto giusto. Le invia lettere appassionate («Dacché vi ho avvicinata mi sento l' uomo più felice della terra») e quando ritorna le chiede di sposarlo. Con tenerezza e diplomazia lei gli confessa di sentirsi molto attratta, ma un matrimonio è cosa su cui riflettere. Lui che sul campo è un antesignano di Rommel, nelle questioni d' amore è una frana, mentre lei ha capito che anche le grandi storie naufragano nella convivenza. E inoltre fra loro non è mai scattata quella scintilla che poi accende le vere passioni (lui appare più infuocato nelle lettere che nei tête-à-tête). Meglio lasciare le cose come stanno: una donna per amico, una donna più fedele di una fidanzata e soprattutto più rassegnata alle sue gaffes e alle sue dimenticanze. Se si esclude Anita, la compagna perfetta, non c' è femmina che abbia macinato più chilometri (in diligenza, in treno, in battello, a cavallo) per accorrere agli appelli di Garibaldi. Quando lui è a Torino per organizzare i Cacciatori delle Alpi contro l' Austria, le invia un messaggio: «Nel caso siate libera bramo sommamente vedervi». Lei è a Londra e con un viaggio massacrante si fionda, prende alloggio all' Hotel Suisse. Visto che è «bramata», riempie la camera di fiori e si aspetta un incontro ad alta definizione erotica. Ma il Generale, dopo un distratto baciamano attacca un monologo sul giogo austriaco, la guerra liberatrice e la pochezza dei ministri italiani. Dopo un' ora sbircia l' orologio e si congeda. Lei è signorilmente interdetta. Nuovo appuntamento per l' indomani, al ristorante. Ma Garibaldi marca visita e manda un biglietto nel quale si giustifica per un «ginocchio dolente». Esperance potrebbe mandarlo a quel paese: eroe fin che si vuole, ma screanzato. E invece, allora, come negli anni a venire, continua a perdonarlo (non ha grilli, ma guerre per la testa), ad assisterlo moralmente ed economicamente. Come definire questa storia? Forse una lunga, tenace passione «in bianco», che legò due psicologie complementari: per Garibaldi era una manna quella dama bella, colta, tenera che s' improvvisava baby sitter per i suoi figli e accorreva al suo capezzale di ferito in Aspromonte e che gli faceva da ambasciatrice nei circoli economici e politici per finanziare le sue battaglie. Quanto a Esperance, certo si sentì gratificata dal condividere frammenti di vita di quell' astro internazionale. Ma questa emozione, da sola, non sarebbe bastata a colmare le amarezze e le delusioni che dovette ingoiare (solo dai giornali apprese dei nuovi matrimoni del suo eroe: uno lampo, con la contessina Raimondi, ripudiata a sberle sul sagrato, quando, da un messaggio anonimo, apprese che era incinta di un altro. E il secondo definitivo con Francesca, la sua governante). Imperdonabili eclissi di stile: succede di dover ingannare la propria moglie, non un' amica devota e sincera. Qual era dunque quella strana alchimia che tenne legati per tanto tempo questi due personaggi? Avevano in comune grandi sogni, la libertà dei popoli (e forse anche quella, più banale, d' ogni essere umano) il disinteresse per i beni materiali (Garibaldi era sempre al verde nonostante la fama e lei regalava a piene mani). Avevano intuito che i grandi affetti superano le debolezze e gli errori. Ma per due persone che avevano dedicato la vita ad altissimi ideali la coppia era inevitabilmente troppo stretta. In realtà Garibaldi tradì tutte le sue innamorate con un' unica donna: era alta, solenne e aveva la testa turrita. I PROTAGONISTI Anita e le altre: avventure per un eroe Come le imprese militari, anche la vita sentimentale di Garibaldi (1807-1882) fu ricca e tempestosa. Dell' Eroe dei due mondi tutti conoscono le gesta: quelle in America Latina o la difesa di Roma nel 1849, poi lo sbarco in Sicilia e l' ingresso a Napoli nel 1860, la spedizione in Trentino (1866), il famoso «Obbedisco», fino al ritiro a Caprera. Forse meno note sono le donne che costellarono la sua vita. Tre mogli ufficiali, una ufficiosa e svariate amanti. Le mogli furono Anita Ribeiro de Silva, che morì tra le sue braccia durante la fuga verso Venezia nel 1849 (e da cui nacquero i figli Menotti, Ricciotti, Rosita e Teresita); la marchesina Giuseppina Raimondi, che l' eroe ripudiò appena fuori dalla chiesa, informato da un anonimo che la ragazza era già incinta; e Francesca Armosino, servetta astigiana che gli diede tre figli, Clelia, Rosa e Manlio. Da Battistina Ravello, una giovane di Nizza, Garibaldi ebbe una figlia, Anita, che morì a 16 anni di meningite.

Goldoni Luca

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